RIFLESSIONI IN UNA GIORNATA SENZA PRETESE

Guardo la data dell'ultimo post, sono passati due anni abbondanti, 24 mesi di silenzio e sperimentazione.
Poi oggi, "Una giornata senza pretese" di Vinicio Capossela mi  catapulta su questa pagina.

No, Martina, sii sincera con te stessa, la canzone è stato il pretesto che tu ti sei creata. Sono giorni che qualcosa risuona, ma la tua mano è troppo occupata per accogliere il segnale.

Ora che i ritmi sembrano allentarsi, l'urgenza torna a bussare forte e la mano risponde.

Da quando Nina non è più quella piccola bambina in attesa di Babbo Natale, il periodo delle feste è tornato a tingersi di nostalgia per qualcuno e qualcosa che non c'è più.

Le sedie vuote attorno al tavolo sono aumentate, la mia mamma si sta facendo vecchia, gli anni alle spalle pesano di più che quelli di fronte. E io non sono pronta. Sono ancora terribilmente figlia, sebbene spesso sia io ad occuparmi di lei. Io sono ancora ancorata al suo ventre e questo mi dà sicurezza e forza.

Come si fa a smettere di essere figlia? Dove si va ad imparare? Come ci si abitua? 

Nasciamo figli e per tutta la vita ci sembra una condizione normale, quasi dovuta, una sorta di risarcimento per essere stati messi al mondo.

Nutriti, guidati, consolati, ammoniti, mai soli.

Poi si diventa noi genitori dei nostri genitori: li si porta alle visite mediche, ci si occupa delle incombenze burocratiche, si fa per loro la spesa... 

E' solo un'illusione, o solo una presunzione, e lo capiamo quando la sedia è vuota: vecchi, malati, anche "rincitrulliti", ma restano loro i nostri punti di appiglio. Il resto, una pagina bianca che deve essere riempita.

E' l'imperativo categorico dell'andare avanti.

Forse è solo il naturale corso delle cose, faticoso, ma non impossibile.

Forse è solo la vita che funziona così e non c'è niente di straordinario in questo gioco di pesi e contrappesi che dura da sempre.

O, più semplicemente, sono io ad essere una donna pavida, che nasconde dietro l'ironia la paura della morte, delle malattie e della solitudine, che si riempie di libri per trovare nelle parole altrui la soluzione al dolore.











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