Paolo Rumiz

COME CAVALLI 
CHE DORMONO IN PIEDI
Era già da qualche tempo che facevo la corte a questo testo, a metà tra il romanzo è il saggio storico.
In occasione del centenario del primo conflitto mondiale, avevo avuto modo di ascoltare interviste all'autore e l'argomento  mi aveva suscitato grande curiosità.

Acquistato, ho poi atteso il tempo propizio per gettarmi nella lettura e ho fatto bene ad attendere perché questo è un testo che si legge tutto d'un fiato.

Dal punto di vista stilistico è scorrevole e di immediato approccio; non si pensi al classico saggio di storia, talvolta un po' troppo incline a fare le fusa agli addetti del settore e poco divulgativo.

Il ritmo è incalzante, anche laddove l'autore indulge in riflessioni e confronti col presente.

L'autore

Giornalista e inviato, Rumiz ha più volte, con la sua penna, descritto le tragedie del XX secolo, come la terribile guerra esplosa alla fine del 1900 nei territori della ex Jugoslavia.

Questa volta fa un salto indietro di cento anni: 1914, quello sparo che cambiò il volto dell'Europa, per sempre.

Protagonisti del suo racconto sono però degli invisibili, giovani di cui poco o niente si è parlato nel corso di questo secolo, vittime innominabili di uno scherzo della storia.

Coloro che, come dice lo stesso Rumiz, vestirono la divisa sbagliata.

Sono i trentini e gli adriatici, istriani e sloveni che, fino al 1918, facevano parte dell' impero di "Cecco Beppe" e per l'Aquila a due teste andarono a combattere sul fronte Orientale.

Giovani invisi ad austriaci e ungheresi, derisi, beffeggiati, maltrattati che a centinai di migliaia morirono in Galizia, sull'estremo confine del cosmopolita impero asburgico.

Giovani che, pochi, stanchi, sofferenti, sopravvissuti ad una carneficina di dimensioni immani, al termine del conflitto si ritrovarono sotto lo stemma di una differente bandiera, un tricolore che stava già virando al nero.

 Qui il meccanismo della rimozione, un meccanismo di cui l'Italia è regina: l'eliminazione di una fetta intera di storia per occultare, in nome della ragione politica, storie e uomini scomodi ad un regime in ascesa.

A distanza di un secolo, complici le celebrazioni legate alla Grande guerra, Rumiz ripercorre le rotte dei fanti che in Polonia, quando questa ancora non era nazione sulla carta geografica e in Ucraina combattono contro i "cappottoni", come venivano chiamati i Russi.

Accompagnato dall' ombra quieta è complice dell' amico Virgilio, Dante del XXI secolo, lo scrittore inizia un viaggio tra le ombre dei soldati caduti che, dal sacrario di Redipuglia, lo incoraggiano a ridare voce a chi la voce si è visto smorzare dalla storia.

La damnatio memoriae viene così annientata dai racconti dei soldati dell'esercito austriaco, armata 97, attraverso suggestivi dialoghi con l'autore, letture di pagine di diario o lettere, molte in triestino, arricchite di quella vivacità e genuinità che solo il dialetto è in grado di restituire.

Numerose sono le testimonianze di episodi di grande generosità e umanità laddove poco o nulla ci si appetta di trovare; mani teste a sorreggere il nemico che richiamano alla memoria i versi dell'Ungaretti di Fratelli .

Non mancano neppure le canzoni e gli sberleffi, a ricordare al lettore che il miglior modo per sopravvivere e vivere, anche in mezzo alla tragedia, è quello di ridere di se stessi.

Al termine del testo l' immagine che rimane è quella di un'Europa che era forse più Europa nel 1914, alle soglie di un conflitto che nessuno voleva e si aspettava e che disgregò un intero sistema, facendo crollare imperi ed equilibri, di quella nata dalle ceneri di una seconda tragedia, alla fine del 1945, la nostra Europa: disgregata e lacerata da individualismi e nazionalismi pericolosi allora come adesso.






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